lunedì 28 novembre 2011

Morte e Vita

martedì, 31 maggio 2005

Morte e Vita





A William Shelley

I.

    O mio William perduto, oh tu, in cui viveva uno spirito lucente, e consumava l'effimera veste che ne celava debolmente il lume... qui trovano un sepolcro le sue cenerei, ma tu sei sotto questa piramide... se può morire un essere divino qual tu sei, il tuo funereo altare sarà il dolore di tua madre e il mio.

II.

   Dove sei, o mio dolce bambino? Ah! ch'io pensi che il tuo spirito nutre colla sua vita intensa e soave, l'amore delle vive erbe e delle foglie, fra queste tombe e deserte rovine: - ch'io pensi che attraverso i profondi semi dei dolci fiori e dell'erbetta al sole, nei loro colori e nelle loro tinte, possa passare una parte di te... .



Percy Bysshe Shelley scrisse questa poesia dopo la morte del suo bambino, William, che aveva appena quattro anni. Fu uno dei miei incontri di ragazza con un'idea panteistica della morte. Ne fui affascinata, come dai ragionamenti di Socrate intorno alla morte nell'Assioco di Platone. Mi segnò, allora e finora, anche l'ultima strofa di "Una sera d'estate in un cimitero":


   Così fatta solenne e dolce, mite è la morte, e non dà più terrore, simile a questa limpidissima notte: qui io potrei sperare, come curioso bimbo che gioca sulle tombe, che la morte nasconda dalla vista umana dolci segreti, o che accanto al suo sonno senza respiro, i più soavi sogni veglino in eterno.






  Solo molti anni più tardi avrei incontrato "Il Libro Tibetano dei Morti" e una nuova ma non contrastante concezione della morte.


Immagini: Otto Runge, Mattino e Amaryllis

Nessun commento:

Posta un commento