Eden
Jean Delville - Dante beve l'acqua del Lete
Cammina Dante per la campagna sulla sommità del Purgatorio, cammina "lento lento" e senza alcun turbamento, "su per lo suol che d'ogne parte auliva", fra leggeri soffi d'aria e lieti canti di uccelli. E avanza "dentro a la selva antica" del paradiso terrestre fino a "un rio,/ che 'nver sinistra con sue picciole onde/ piegava l'erba che 'n sua ripa uscìo". Il rio è il mitico Lete a cui si abbeveravano i beati nell'oltretomba greco per dimenticare il passato e non averne nostalgia. Nell'eden della Commedia, invece, il fiume dona l'oblio del peccato, e scorre con l'Eunoè, le cui acque hanno il potere di conservare la memoria del bene. E' il sogno dell'innocenza originaria:
«Quelli ch'anticamente poetaro
l'età de l'oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro. 141
Qui fu innocente l'umana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice».
forse in Parnaso esto loco sognaro. 141
Qui fu innocente l'umana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice».
Purgatorio, XXVIII, 139-144
Per prima fiorì l'età dell'oro, che senza giustizieri
o leggi, spontaneamente onorava lealtà e rettitudine. 90
.....
Libera, non toccata dal rastrello, non solcata
dall'aratro, la terra produceva ogni cosa da sé
e gli uomini, appagati dei cibi nati spontaneamente,
raccoglievano corbezzoli, fragole di monte,
corniole, more nascoste tra le spine dei rovi
e ghiande cadute dall'albero arioso di Giove.
Era primavera eterna: con soffi tiepidi gli Zefiri
accarezzavano tranquilli i fiori nati senza seme,
e subito la terra non arata produceva frutti,
i campi inesausti biondeggiavano di spighe mature;
e fiumi di latte, fiumi di nettare scorrevano,
mentre dai lecci verdi stillava il miele dorato.
Ovidio, Metamorfosi, I, 89-112
Dante sa di rievocare una fantasia dei poeti antichi, quasi fosse un lontano presentimento dell'idea cristiana. Sente forse l'eco del canto di Ovidio e della favola bella di una passata età dell'oro. Non risuona forse anche in noi il mito eternamente ricorrente di una felice realtà perduta?
Aurea prima sata est aetas, quae vindice nullo,
sponte sua, sine lege fidem rectumque colebat. 90
.....
Ipsa quoque immunis rasyroque intacta nec ullis
saucia vomeribus per se dabat omnia tellus;
contentique cibis nulla cogente creatis
Arbuteos fetus montanaque fraga legebant
Cornaque et in duris haerentia mora rubetis 105
Et quae deciderant patula Iovis arbore glandes.
Ver erat aeternum placidique tepentibus auris
Mulcebant zephyri natos sine semine flores.
Mox etiam fruges tellus inarata ferebat
Nec renovatus ager gravidis canebat aristis; 110
Flumina iam lactis, iam flumina nectaris ibant
Flavaque de viridi stillabant ilice mella.
sponte sua, sine lege fidem rectumque colebat. 90
.....
Ipsa quoque immunis rasyroque intacta nec ullis
saucia vomeribus per se dabat omnia tellus;
contentique cibis nulla cogente creatis
Arbuteos fetus montanaque fraga legebant
Cornaque et in duris haerentia mora rubetis 105
Et quae deciderant patula Iovis arbore glandes.
Ver erat aeternum placidique tepentibus auris
Mulcebant zephyri natos sine semine flores.
Mox etiam fruges tellus inarata ferebat
Nec renovatus ager gravidis canebat aristis; 110
Flumina iam lactis, iam flumina nectaris ibant
Flavaque de viridi stillabant ilice mella.
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o leggi, spontaneamente onorava lealtà e rettitudine. 90
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Libera, non toccata dal rastrello, non solcata
dall'aratro, la terra produceva ogni cosa da sé
e gli uomini, appagati dei cibi nati spontaneamente,
raccoglievano corbezzoli, fragole di monte,
corniole, more nascoste tra le spine dei rovi
e ghiande cadute dall'albero arioso di Giove.
Era primavera eterna: con soffi tiepidi gli Zefiri
accarezzavano tranquilli i fiori nati senza seme,
e subito la terra non arata produceva frutti,
i campi inesausti biondeggiavano di spighe mature;
e fiumi di latte, fiumi di nettare scorrevano,
mentre dai lecci verdi stillava il miele dorato.
Ovidio, Metamorfosi, I, 89-112
Jan Bruegel il vecchio - Paradiso terrestre
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