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lunedì 12 dicembre 2011

ESTATE VERDE ERBA

martedì, 06 luglio 2010

ESTATE VERDE ERBA

Verde Erba-Minneapolis_6 luglio 2010


l'incanto di 'dolcetta' per la rugiada
 
Quando noi fummo là 've la rugiada
      pugna col sole, per essere in parte
     dove, ad orezza, poco si dirada,        123
 ambo le mani in su l'erbetta sparte
      soavemente 'l mio maestro pose:

Dante, Purgatorio, I, 121-25

Qual rugiada o qual pianto
quai lagrime eran quelle
che sparger vidi dal notturno manto
e dal candido volto de le stelle?
E perché seminò la bianca luna
di cristalline stelle un puro nembo
e l'erba fresca in grembo?
Perché ne l’aria bruna
s'udian, quasi dolendo, intorno intorno
gir l'aure insino al giorno?
Fur segni forse de la tua partita,
vita de la mia vita?

Torquato Tasso (1544-1595) 

 
.

Halo

giovedì, 03 giugno 2010

SOLE DI UN POMEGGIO DI FINE PRIMAVERA
IN UN CERCHIO DI ARCOBALENO


 
Tosto che loco lì la circunscrive,
la virtù formativa raggia intorno
così e quanto ne le membra vive.                90

E come l'aere, quand'è ben piorno,
per l'altrui raggio che 'n sé si reflette,
di diversi color diventa addorno;                93

così l'aere vicin quivi si mette
in quella forma ch'è in lui suggella
virtualmente l'alma che ristette;                  96

e simigliante poi a la fiammella
che segue il foco là 'vunque si muta,
segue lo spirto sua forma novella.  

Dante Alighieri, Purgatorio, XXV, 88/99
Dante Alighieri




*
   "Dolcetta" è stata abbagliata da questa visione celeste di cui la fotografia purtroppo rende ben poco, sia per la tecnica sia per l'emozione.
   E' il Sole del pomeriggio di questo inizio di giugno perfettamente inscritto nell'inverosimile anello di un arcobaleno in un cielo quasi limpido e senza pioggia. Sembra uno dei fenomeni ottici detti "halo", ma sono troppo ignorante per poterlo dire. Mi accontento di avere questa foto eccezionale pur nella sua imperfezione tecnica.
   Il cielo è quello sul Minnesota, nei pressi di Minneapolis e di Saint Paul, le città gemelle sul Mississippi.



domenica 11 dicembre 2011

IRIS

lunedì, 08 giugno 2009
 

IRIS
modulazioni viola su verde



.
« Con queste genti e con altre con esse,
vid'io Fiorenza in sì fatto riposo,
che non avea cagione onde piangesse;
con queste genti vid'io glorioso
e giusto il popol suo tanto, che il giglionon era ad asta mai posto a ritroso
né per division fatto vermiglio. »

Dante Alighieri

La Divina Commedia, Paradiso XVI , 148-154

Un fiore antico, ricco di forme e leggende, fulgente di colori in paesi lontani. Carico di storia fiorentina nel racconto di Cacciaguida che lo ricorda prima bianco e invitto, poi tramutato in rosso dalle divisioni civili. Colto dallo sguardo lucente di "dolcetta" nelle lontane Americhe.

mercoledì 7 dicembre 2011

Eden

sabato, 10 marzo 2007



Eden


Dante

Jean Delville - Dante beve l'acqua del Lete



Cammina Dante per la campagna sulla sommità del Purgatorio, cammina "lento lento" e senza alcun turbamento, "su per lo suol che d'ogne parte auliva", fra leggeri soffi d'aria e lieti canti di uccelli. E avanza "dentro a la selva antica" del paradiso terrestre fino a "un rio,/ che 'nver sinistra con sue picciole onde/ piegava l'erba che 'n sua ripa uscìo". Il rio è il mitico Lete  a cui si abbeveravano i beati nell'oltretomba greco per dimenticare il passato e non averne nostalgia. Nell'eden della Commedia, invece, il fiume dona l'oblio del peccato, e scorre con l'Eunoè, le cui acque hanno il potere di conservare la memoria del bene. E' il sogno dell'innocenza originaria:
    
«Quelli ch'anticamente poetaro 
l'età de l'oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro.    141
      Qui fu innocente l'umana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice». 

Purgatorio, XXVIII, 139-144


Dante sa di rievocare una fantasia dei poeti antichi, quasi fosse un lontano presentimento dell'idea cristiana. Sente forse l'eco del canto di Ovidio e della favola bella di una passata età dell'oro. Non risuona forse anche in noi il mito eternamente ricorrente di una felice realtà perduta?


Aurea  prima sata est aetas, quae vindice nullo,
sponte sua, sine lege fidem rectumque colebat.        90
.....
Ipsa quoque immunis rasyroque intacta nec ullis   
saucia vomeribus per se dabat omnia tellus;
contentique cibis nulla cogente creatis
Arbuteos fetus montanaque fraga legebant
Cornaque et in duris haerentia mora rubetis            105
Et quae deciderant patula Iovis arbore glandes.
Ver erat aeternum placidique tepentibus auris
Mulcebant zephyri natos sine semine flores.
Mox etiam fruges tellus inarata ferebat
Nec renovatus ager gravidis canebat aristis;           110
Flumina iam lactis, iam flumina nectaris ibant
Flavaque de viridi stillabant ilice mella.

 
*****  

Per prima fiorì l'età dell'oro, che senza giustizieri
o leggi, spontaneamente onorava lealtà e rettitudine.       90  
.....
Libera, non toccata dal rastrello, non solcata
dall'aratro, la terra produceva ogni cosa da sé
e gli uomini, appagati dei cibi nati spontaneamente,
raccoglievano corbezzoli, fragole di monte,
corniole, more nascoste tra le spine dei rovi
e ghiande cadute dall'albero arioso di Giove.
Era primavera eterna: con soffi tiepidi gli Zefiri
accarezzavano tranquilli i fiori nati senza seme,
e subito la terra non arata produceva frutti,
i campi inesausti biondeggiavano di spighe mature;
e fiumi di latte, fiumi di nettare scorrevano,
mentre dai lecci verdi stillava il miele dorato.


Ovidio, Metamorfosi, I, 89-112





Jan Bruegel il vecchio - Paradiso terrestre

martedì 6 dicembre 2011

"Ho vegliato le notti serene"

lunedì, 08 gennaio 2007

"Ho vegliato le notti serene"




...ma il tuo alto valore e lo sperato piacere della dolce amicizia          140
mi persuadono tuttavia a sostenere qualsiasi fatica
e m'inducono a vegliare durante le notti serene
escogitando con quali parole e quale canto alfine
possa diffondere davanti alla tua mente una splendida luce,
per cui tu riesca a vedere il fondo delle cose arcane.                        145
Queste tenebre, dunque, e questo terrore dell'animo,
occorre che non i raggi del sole né i dardi lucenti del giorno
disperdano, bensì la realtà naturale e la scienza.

Titus Lucretius Carus, De Rerum Natura. vv. 140-148


... sed tua me virtus tamen et sperata voluptas 140
suavis amicitiae quemvis efferre laborem
suadet et inducit noctes vigilare serenas
quaerentem dictis quibus et quo carmine demum
clara tuae possim praepandere lumina menti,
res quibus occultas penitus convisere possis. 145
Hunc igitur terrorem animi tenebrasque necessest
non radii solis neque lucida tela diei
discutiant, sed naturae species ratioque.

 


Visioni di celeste calma assoluta e memorie del sublime stato d'animo lucreziano che "inducit noctes vigilare serenas" si mescolano nelle mie fantasie su mondi remoti e sconosciute armonie.
Mi domando che cosa sottenda l'armonia, che nel greco antico 'harmonìa' vuol dire 'connessione' e poi avanti con il traslato 'concordia' di persone cose suoni in Platone, e la musica con la proporzione matematica dei e degli intervalli suoni dei pitagorici, e la retorica 'intonazione' della voce secondo Aristotele, e il filosofico 'principio di unione' di cui parlava Empedocle, e molto altro ancora.
C'è qualcosa di più misteriosamente affascinante di quel verso del Paradiso "con l’armonia che temperi e discerni" (I, 78) in cui Dante incontra la musica delle sfere?


domenica 27 novembre 2011

Amanti

sabato, 12 febbraio 2005

Amanti



Dante Gabriel Rossetti Dantis Amor 1860
    Nove fiate già appresso lo mio nascimento era tornato lo cielo de la luce quasi a uno medesimo punto, quanto a la sua propria girazione, quando a li miei occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice li quali non sapeano che si chiamare. Ella era in questa vita già stata tanto, che ne lo suo tempo lo cielo stellato era mosso verso la parte d'oriente de le dodici parti l'una d'un grado, sì che quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono. Apparve vestita di nobilissimo colore, umile e onesto, sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima etade si convenia. In quello punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia ne li menimi polsi orribilmente; e tremando disse queste parole: «Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi». In quello punto lo spirito animale, lo quale dimora ne l'alta camera ne la quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente a li spiriti del viso, sì disse queste parole: «Apparuit iam beatitudo vestra». ...


'Dante and Beatrice', 1883, by Henry Holiday (1839 - 1927)


    Poi che furono passati tanti die, che appunto erano compiuti li nove anni appresso l'apparimento soprascritto di questa gentilissima, ne l'ultimo di questi die avvenne che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo a due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando per una via, volse li occhi verso quella parte ov'io era molto pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutoe molto virtuosamente, tanto che me parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine. L'ora che lo suo dolcissimo salutare mi giunse, era fermamente nona di quello giorno; e però che quella fu la prima volta che le sue parole si mossero per venire a li miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi partio da le genti, e ricorsi a lo solingo luogo d'una mia camera, e puosimi a pensare di questa cortesissima. ... 




   E pensando di lei, mi sopragiunse uno soave sonno, ne lo quale m'apparve una maravigliosa visione: che me parea vedere ne la mia camera una nebula di colore di fuoco, dentro a la quale io discernea una figura d'uno segnore di pauroso aspetto a chi la guardasse; e pareami con tanta letizia, quanto a sé, che mirabile cosa era; e ne le sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche; tra le quali intendea queste: «Ego dominus tuus». Ne le sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno leggermente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch'era la donna de la salute, la quale m'avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. E ne l'una de le mani mi parea che questi tenesse una cosa la quale ardesse tutta, e pareami che mi dicesse queste parole:«Vide cor tuum». E quando elli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si sforzava per suo ingegno, che le facea mangiare questa cosa che in mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosamente. Appresso ciò poco dimorava che la sua letizia si convertia in amarissimo pianto; e così piangendo, si ricogliea questa donna ne le sue braccia, e con essa mi parea che si ne gisse verso lo cielo; onde io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non poteo sostenere, anzi si ruppe e fui disvegliato. E mantenente cominciai a pensare, e trovai che l'ora ne la quale m'era questa visione apparita, era la quarta de la notte stata; sì che appare manifestamente ch'ella fue la prima ora de le nove ultime ore de la notte. Pensando io a ciò che m'era apparuto, propuosi di farlo sentire a molti li quali erano famosi trovatori in quello tempo: e con ciò fosse cosa che io avesse già veduto per me medesimo l'arte del dire parole per rima, propuosi di fare uno sonetto, ne lo quale io salutasse tutti li fedeli d'Amore; e pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi a loro ciò che io aveva nel mio sonno veduto. E cominciai allora questo sonetto, lo quale comincia: A ciascun'alma presa.


A ciascun'alma presa e gentil core
nel cui cospetto ven lo dir presente,
in ciò che mi rescrivan suo parvente,
salute in lor segnor, cioè Amore.
Già eran quasi che atterzate l'ore
del tempo che onne s tella n'è lucente,
quando m'apparve Amor subitamente,
cui essenza membrar mi dà orrore.
Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core in mano, e ne le braccia avea
madonna involta in un drappo dormendo.
Poi la svegliava, e d'esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea:
appresso gir lo ne vedea piangendo.

Il mio modo di festeggiare San Valentino che non è necessariamente qualcosa di commerciale o quant'altro. Abbiamo rare occasioni di festeggiare l'amore, allora vada per San Valentino, anche se il vero amore è una festa giorno per giorno, dolcezza quotidiana ed estasi divina.
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Dante Alighieri, Vita nuova, II, III; Dante Gabriel Rossetti, Dantis amor (http://www.tate.org.uk/servlet/ViewWork?workid=12789); Henry Holiday, Dante e Beatrice, 1833 (http://www.liverpoolmuseums.org.uk/picture-of-month/displaypicture.asp?venue=2&id=152); Dante Gabriel Rossetti, Il Sogno di Dante,1871 (http://www.fh-augsburg.de/~harsch/italica/Cronologia/secolo14/Dante/dan_vit0.html)