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domenica 11 dicembre 2011

Il Sublime e l'Estasi

mercoledì, 24 dicembre 2008

Il Sublime e l'Estasi


Philipp Otto Runge_Il grande mattino_1808_http://www.wga.hu/preview/r/runge/1morning.jpg
Philipp Otto Runge, poeta e pittore:
"Quando il cielo al di sopra di me formicola di innumerevoli stelle, quando il vento soffia nello spazio immenso, quando l'onda si frange mugghiando nella notte profonda, quando l'etere arrossisce al di sopra della foresta e il sole rischiara il mondo, dei vapori si alzano nella valle e io mi stendo sull'erba tra gocce di rugiada scintillanti, ogni foglia, ogni filo d'erba deborda di vita, la terra vive e si agita attorno a me, tutto risuona assieme in un solo accordo; allora la mia anima grida di gioia e plana nello spazio incommensurabile tutt'intorno; non esiste più alto né basso, non esiste più tempo, non esiste più inizio né fine, sento il soffio vivente di Dio che tiene in mano il mondo e in cui ogni cosa viva si muove." (una lettera del 1802)


Senso del sublime e vibrazioni d'estasi si intensificano nella vicinanza alle sacre cose della Terra e del Cielo, quando "non esiste più alto né basso, non esiste più tempo, non esiste più inizio né fine".

lunedì 28 novembre 2011

Morte e Vita

martedì, 31 maggio 2005

Morte e Vita





A William Shelley

I.

    O mio William perduto, oh tu, in cui viveva uno spirito lucente, e consumava l'effimera veste che ne celava debolmente il lume... qui trovano un sepolcro le sue cenerei, ma tu sei sotto questa piramide... se può morire un essere divino qual tu sei, il tuo funereo altare sarà il dolore di tua madre e il mio.

II.

   Dove sei, o mio dolce bambino? Ah! ch'io pensi che il tuo spirito nutre colla sua vita intensa e soave, l'amore delle vive erbe e delle foglie, fra queste tombe e deserte rovine: - ch'io pensi che attraverso i profondi semi dei dolci fiori e dell'erbetta al sole, nei loro colori e nelle loro tinte, possa passare una parte di te... .



Percy Bysshe Shelley scrisse questa poesia dopo la morte del suo bambino, William, che aveva appena quattro anni. Fu uno dei miei incontri di ragazza con un'idea panteistica della morte. Ne fui affascinata, come dai ragionamenti di Socrate intorno alla morte nell'Assioco di Platone. Mi segnò, allora e finora, anche l'ultima strofa di "Una sera d'estate in un cimitero":


   Così fatta solenne e dolce, mite è la morte, e non dà più terrore, simile a questa limpidissima notte: qui io potrei sperare, come curioso bimbo che gioca sulle tombe, che la morte nasconda dalla vista umana dolci segreti, o che accanto al suo sonno senza respiro, i più soavi sogni veglino in eterno.






  Solo molti anni più tardi avrei incontrato "Il Libro Tibetano dei Morti" e una nuova ma non contrastante concezione della morte.


Immagini: Otto Runge, Mattino e Amaryllis